Recensione: Inside – À l’intérieur di A. Bustillo e J. Maury

Ieri sera, dopo tanti giorni di fuga dalla pellicola, abbiamo visto “Inside – À l’intérieur”: è stata un’esperienza molto forte, non credo di aver mai visto un film così violento, così crudo, così lucidamente crudele. I temi trattati, così come i risultati della nostra analisi, sono molteplici – ed è qui che trovo difficoltà, nell’esporre in modo logico la miriade di idee, sensazioni e riflessioni che questa pellicola mi ha lasciato.
Proverò quindi a creare una “costellazione” da queste luci sparse.

Per prima cosa, come sempre, per me questo genere di film non può limitarsi alla semplice interpretazione letterale, anche se calata nel contesto sociale/culturale in cui è stato girato. Il “peccato di letteralismo” presenta non solo delle difficoltà di tipo tecnico, cercando di incastrare gli avvenimenti in un discorso logico/razionale/realistico (discorso che, in un film come questo, presenta falle in più parti) o quantomeno in una sceneggiatura che sia credibile, ma soprattutto taglia fuori dall’esperienza estetica tutti quei significati nascosti e quelle sfumature “altre” che si rendono accessibili solo agli occhi di uno spettatore aperto al mondo dei simboli.
Pellicole come “Inside” sfondano la porta del razionale dopo averla elegantemente dipinta, rompendo il pensiero lineare e gettando lo spettatore in quella “camera oscura” dove regna l’ignoto, l’irrazionale, l’impossibile”.
“Camera oscura” che si rivela nella sua maestosa non-forma di abisso senza fine, nel quale le immagini che si presentano ai nostri occhi sono come fantasmi evanescenti, e più si scende in profondità più l’orrore diventa insostenibile.

Regina di questo non-mondo è Lei, la femme nerovestita e senza nome (1), allegoria della Morte, dipinta come una strega moderna completamente privata dell’empatia e del calore – qualità di cui sembra volersi riappropriare desiderando ardentemente quell’umana innocenza di cui si fa simbolo il bambino nel grembo della madre.
La crudeltà della femme è orizzontale e chiunque entra in contatto con lei segna il proprio destino lasciando la vita in modo orribile. Il suo sadismo è senza fine e decenza, ma non si limita al puro gusto erotico di infliggere il male: lei è entrata nella casa con un obiettivo, ed è inarrestabile. Uccide subdolamente e con grande cattiveria, prendendosi gioco dell’umana ingenuità come un felino con un roditore disattento.
E’ predatrice, e la sua preda è la madre vestita di bianco: con lei dimostra la sua malvagità più grande, infliggendole pene di ogni genere, dimostrando il suo potere superiore. Eppure soffre, sanguina, singhiozza per il dolore, si incollerisce: la scelta puramente sovrannaturale avrebbe sminuito non di poco la qualità di questo film, così la femme è umana tanto quanto la madre bianca con cui condivide lo strazio della carne fino ai limiti del sostenibile.
E’ una lotta senza tregua tra due personaggi che paiono agli antipodi ed in forte contrasto fin dall’inizio, ma che alla fine della spirale di terrore del film sembrano allearsi per un bene superiore al di là del bene e del male.

La violenza cieca, infatti, è ingiustificabile, rappresentata dal poliziotto non-morto che percuote il ventre gravido, impalato dalla femme come un animale impazzito.
La violenza che non nasce dall’ineluttabile natura delle cose, quindi, va punita perché cieca, perché ignorante e priva di un fine più grande a guidarla.
Ecco, quindi, il tema che mi sembra centrale in questo film: nascita e morte come aspetti apparentemente in contrasto ed in lotta ma profondamente inseparabili, come la luce non può separarsi dall’ombra e viceversa.
Luce ed ombra come protagonisti di uno stesso quadro, attori di una stessa scena: quello della vita che integra tutte le coppie di opposti.

Il passaggio cruciale della nascita non potrebbe esistere senza la controparte oscura della morte, e lì dove la luce è più intensa l’ombra si fa più nera: ecco così il simbolo del Natale, anticamente associato al solstizio d’inverno in cui assistiamo alla notte più lunga dell’anno e alla “nascita” del nuovo sole bambino che crescerà fino al solstizio d’estate, per poi morire di nuovo. Un ciclo apparentemente violento ma generatore della vita.
“Apri la porta”, dice ripetutamente la donna nera alla madre bianca; allo stesso tempo, il bambino vuole uscire dal grembo e la morte vuole entrare: dal loro incontro nasce la vita.

Tutta la pellicola sembra rivelarsi come il viaggio simbolico del parto, linea di confine in cui il seme-madre muore per permettere alla vita di continuare.
La madre bianca scopre in questo viaggio di essere capace di dare e togliere la vita, ma non potrebbe scoprirlo senza il contatto con la madre nera, sua controparte, l’altra faccia di una dea doppia, nemica ed alleata (interessante, a tal proposito, notare che la madre bianca uccide “per sbaglio” la sua stessa madre).
In questo viaggio oscuro la madre bianca scopre altresì la sua autosufficienza dal principio maschile, la capacità generativa che le è propria.
Compaiono spesso nel film mani di manichini, e la mano è uno dei soggetti preferiti dalla telecamera (come ad esempio la mano infilzata, quasi a voler rappresentare l’incapacità di agire). All’inizio della pellicola, nei titoli di apertura, l’immagini di mani adulte e mani neonate si confondono su uno sfondo rosso truculento: il preannuncio del terribile parto cesareo nell’ultima scena. “À l’intérieur” è quindi il grembo materno, quella “terra di mezzo” tra la vita e la morte.

L’ultimo frammento del film è memorabile: la vita nasce da una sofferenza senza fine (così come predetto dall’infermiera all’inizio della pellicola), da una violenza terribile.
La morte, infine, permette la vita: tiene in braccio il bambino come una madre, forse come l’unica vera madre. La sua crudeltà è placata. Il male si riposa.
La notte termina, un piccolo sole è nato.

Lamia Barbara

Nota (1): sia la femme che il bimbo sono senza nome, non fanno parte del mondo degli uomini, rappresentano qualcosa che vive “altrove”.

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