La visione miope della realtà

Il modo di pensare con cui siamo cresciuti è quello di inizio 900, dove, in sostanza, percepiamo noi stessi come un ‘incidente’ biologico all’interno di un universo stupido e caotico.
L’alternativa che ci viene proposta è quella che questo universo è stato creato da Dio, che è a capo di tutto e ci osserva, passo dopo passo, respiro dopo respiro.
Per alcuni è decisamente meglio che credere di vivere dentro un mondo dominato dalla meccanicità e dal disordine.
L’alternativa nel credere in un Dio, quantomeno ci da un senso di (falsa?) sicurezza.

All’interno di questa configurazione, l’ateo non è altro che un credente deluso. In un certo senso egli vorrebbe che esistesse questo Dio amorevole e misericordioso, ma non ci crede più, e quindi si ritrova nel primo caso descritto in cui si è vittime del caso sfortunato di essere nati.


Ora, sia che adottiamo il punto di vista scientifico sia qello religioso, la conseguenza è la stessa: la sensazione di non appartenere a questo mondo, di non farne parte.
Questa conseguenza porta un costante senso di disorientamento, paura, smarrimento, sfiducia, senso di colpa…

Questa base di pensiero, che definisco senza problemi ignoranza, poggia su un elemento fondamentale comune ad entrambe le visioni: quello della separazione.
Ma cosa intendo, in questo contesto, per separazione?
Per capirlo è utile fare un semplice esempio.
Se disegno un cerchio in un foglio e chiedo a dieci persone cosa vedono, la maggior parte se non tutte, mi risponderanno che vedono un cerchio.


Pochi o forse nessuno mi dirà che vede un buco.
Questa è la base della visione miope. Ciò accade perché il cosiddetto sfondo, che può essere il foglio, o addirittura la stanza in cui è presente il foglio in cui ho disegnato il cerchio, viene messo in secondo piano.
Questo cosa significa?

Se lo spazio tra due oggetti li separa, ed è ‘vuoto’ o ‘nulla’, allora crederemo che gli oggetti hanno un’esistenza indipendente e divisa rispetto a ciò che li circonda.
Poiché prendiamo noi stessi come degli oggetti venuti al mondo, o per un incidente biologico o per mano di Dio, in ogni caso ci sentiremo sempre impauriti e debitori, o di Dio o dei nostri genitori. Non riusciamo a concepirci come parte del tutto, proprio come dimentichiamo che il cerchio non potrebbe esistere senza il contesto in cui appare e, inoltre, non è dentro il foglio, ma ne è strettamente connesso. Cosa deve fare il cerchio per riconnettersi con il tutto, per diventare Uno?
Assolutamente niente! Si è solo dimenticato che lo è già.

E’ possibile vedere Giovanni senza l’ambiente che lo circonda? O ancora, è possibile vedere Giovanni senza un punto di osservazione inserito anch’esso all’interno di un contesto? Quella che allora definiamo realtà, cos’è?
E’ possibile che la realtà non possa essere definita perché non ha confini?

Condizione necessaria per raggiungere questa visione reale è la capacità di superare l’illusione che lo spazio separi le cose.
Quali cose? Il mio corpo e il tuo, la nascita e la morte, il bianco e il nero.
Senza lo spazio non può esserci l’oggetto, e senza l’oggetto non può esserci spazio. Se eliminiamo le definizioni ‘spazio’ e ‘oggetto’ ciò che rimane è completo, inclassificabile e indefinibile.

A questo proposito non possiamo definirci come un fulmine di coscienza che si produce tra due oscurità esterne. Sarebbe come prenderci ancora un oggetto all’interno di uno spazio. Da questo dipende la sensazione di non essere parte del mondo, alienati e spaventati dentro un involucro di pelle che ci separa.
Anche da questo dipende la paura della morte, e l’urgenza di fare di tutto per rimanere in vita e fuggire dal dissolvimento finale.
Poiché ci siamo dimenticati chi siamo, ci prendiamo per l’oggetto; Siamo convinti di essere nulla nel buio che precede la nascita e di tornare ad essere nulla nel buio della morte.


Quando definiamo qualcosa, le diamo una realtà stabile e concreta, che in realtà non ha. Ci siamo dimenticati che il linguaggio serve per semplificare la comunicazione, e non per spiegare la realtà. Se prendiamo una sigaretta accesa, e la facciamo girare nel buio, diremo che vediamo un cerchio. Ma il cerchio che vediamo non esiste. Allo stesso modo il tavolo, il muro e la pietra, sembrano oggetti stabili privi di vita, ma in realtà non possiamo passare la mano all’interno perché si muove troppo rapidamente.
Immaginate di voler mettere la mano dentro un ventilatore. Questo è ciò che chiamiamo solidità.

Percepiamo il nostro corpo come qualcosa di solido, di stabile, di rassicurante. In realtà sta già morendo, istante dopo istante si sta trasformando.
Eppure abbiamo fatto un enorme investimento sulla nostra individualità, sul nostro famoso io come centro assoluto del mondo.
Peccato che questo io è proprio come un cerchio del ventilatore: spento il ventilatore, il cerchio non è mai esistito.

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