Sentirsi giudicati è giudicare

Giudizio.
Quante volte sentiamo questa parola, quante volte la pronunciamo?
Ma cos’è esattamente il giudizio?

Mettere giudizio evidenzia la capacità di discernere e di scegliere. Nel campo spirituale oramai, però, si confonde il giudizio con il pregiudizio. Continueremo dunque ad utilizzare la parola giudizio perché evidenzia questo conflitto.
Facilmente sosteniamo che l’altro ci giudica e questo va benissimo ad un livello in cui non è l’indagine interiore la nostra priorità. Ci soffermiamo alle apparenze, alla forma, e quindi ci sentiamo costantemente non rispettati, offesi, giudicati.

In realtà non facciamo altro che giudicarci, offenderci e non rispettarci da soli. Usiamo solo l’altro come pretesto per poter rimandare questa evidenza. 
Se ciò che ci interessa è la verità dobbiamo andare dentro noi stessi, ciò che fa l’altro non ci riguarda. Che qualcuno abbia pregiudizi nei nostri confronti, che si aspetti qualcosa da noi, che pretenda diventa un ostacolo solo se la nostra auto-indagine è tiepida e poco seria. Anzi, è proprio l’ostacolo che ci aiuta a rilevare se abbiamo identificazioni. Colui che ci giudica, che ci offende, che non ci rispetta non fa che regalarci l’opportunità che stavamo aspettando. Diciamo grazie. Finalmente grazie a lui possiamo vedere come siamo costantemente in difesa e come non facciamo che giudicarci e attaccarci da soli.

L’auto-indagine costante non fa che portare ad un punto in cui ciò che siamo è la negazione di ciò che non siamo. Quando scopriamo che l’unica cosa che può essere toccata dentro di noi è solo un’immagine con cui ci siamo identificati non possiamo più sentirci attaccati. Vedere ciò che siamo realmente significa non avere più concetti di alcun genere. Ogni definizione, a partire da parole come “io”, “essere umano”, “persona”, “cristiano”, “padre di famiglia”, “maschio”, “anima”, (…) evidenziano solo dei concetti che non possono spiegare il mistero della vita. Ogni definizione non può che essere un’idea e ogni idea è presa in prestito. Senza solidità niente può urtarci, se non noi stessi. Se mi credo una “brava persona” mi sentirò giudicato quando questa idea sarà messa in discussione. Se mi credo “onesto” io stesso mi giudicherò semmai un giorno, perdendo il lavoro, per sfamare la mia famiglia sarò costretto a rubare.
Il giudizio degli altri, dunque, non è un problema nostro. Chi non si conosce e vede tutto il resto come estraneo non potrà che avere pregiudizi. Nessun giudizio sul giudizio, ognuno manifesta ciò che è. Ognuno vede negli altri ciò che può vedere. In questo non ci sono colpe e colpevoli.

Ciò che siamo intimamente non può essere mai sfiorato perché non risiede nell’immaginazione. Se mi credo qualcosa o qualcuno in particolare mi sentirò sempre attaccato dagli altri. Dirò che mi giudicano, mentre in realtà solo chi si sente giudicato giudica.
E’ la situazione drammatica della nostra società: stare sulla difensiva e dover difendere o imporre solo una forma di immaginazione. Creo un’idea di me e poi la devo difendere. Ed ecco il giudizio. La mia paura di essere toccato con le parole aggredisce.

Non possiamo giudicare nè essere giudicati profondamente ma solo perifericamente per questioni pratiche e funzionali. Se sto svolgendo male un lavoro il datore mi giudicherà per questo. Il mio sentirmi toccato interiormente non è che un mio problema legato a qualche forma di affettività non risolta. Dunque tutta la questione morale sul giudizio non sussiste. Sentirsi toccati emotivamente sentendosi giudicati è semplicemente una mancanza di chiarezza ed una pochezza interiore. Nessuno giudica e nessuno è giudicato.

Se mi sento giudicato, giudico.
Se mi sento offeso, offendo.
Se mi difendo, attacco.
Se divento vittima, sono carnefice.

G. P.

 

Un pensiero su “Sentirsi giudicati è giudicare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *